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Articoli: “Messi, Maradona e il calcio come arte”

Lionel Messi è arte in movimento, supersonica, inafferrabile. Quando credi di averlo acchiappato, lui, come un Valentino Rossi del pallone, non c’è già più, già oltre la curva, oltre un difensore e poi un altro e un altro ancora, finché la palla è in rete e tu non sai perché. Se un marziano scendesse sulla terra e volesse capire chi è quel fenomeno di cui si parla anche lassù nell’iperspazio, basterebbe fargli vedere il secondo dei tre gol segnati domenica 21 marzo al Saragozza: partenza a 40 metri dalla porta, dribbling, corsa con la palla incollata al piede, doppio dribbling e tiro incrociato imparabile. Ma, soprattutto, un tackle vinto all’avvio dell’azione con un centrocampista grosso il doppio di lui.

Il segnale che la Pulce è diventata un gigante, la conferma dell’analisi che fece un giorno Manuel Estiarte, il più grande pallanotista della storia: «Le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate. Ma prima devono riuscire a raggiungerlo…». Come Messi non c’è nessuno e non tanto per le statistiche e il palmarés, comunque notevoli. Come Messi non c’è nessuno perché nessun calciatore riesce a mixare con tanta naturalezza talento e lavoro, Raffaello e la Playstation, football postmoderno e un’antica felicità da pomeriggio all’oratorio. «Quando ci gioco contro — ha detto un difensore del Saragozza stordito e ammirato come uno che ha appena sentito per la prima volta Jimi Hendrix suonare — mi sembra di tornare ai tempi della scuola. Allora c’era sempre quello che segnava dopo aver scartato tutti, il fenomeno. Tu provavi a fermarlo, ma lui era di un’altra categoria».

Andrés Iniesta, suo compagno al Barcellona e uno dei giocatori più forti del mondo, ha spiegato con sintesi perfetta la differenza fra Lionel e gli altri: «Tecnicamente fa le stesse cose che faccio io. Solo che le fa a una velocità impossibile». Appunto: un dribbling è un dribbling, un dribbling così è solo un dribbling alla Messi. Un gesto diventato griffe ma nato come strumento di sopravvivenza.

messibaby.jpgA 10 anni infatti Leo smise di crescere: ormone della crescita inibito, una rara forma di nanismo come ombra sul calcio e sulla vita. In Argentina nessun club aveva i 600 dollari al giorno per pagargli le cure. Lo fece il Barcellona, il cui osservatore, vedendolo la prima volta giocare, parlò di un «predestinato». Messi lasciò Rosario con la famiglia, destinazione Europa. Crebbe in tutti i sensi nel Barça, lavorando e soffrendo: «Ero sempre il più piccolo di tutti — raccontò una volta — ma non potevo permettermi di fare vedere il dolore: al Barça dovevo tutto». Correre veloce, non farsi prendere, nascondere il pallone: erano le uniche armi per sopravvivere. Leo guarì e da due anni ha risolto anche i suoi residui problemi muscolari grazie a un intervento sull’alimentazione (basta con quel cioccolato con cui spesso si presentava all’allenamento…) e a un fisioterapista personale.

A 22 anni — stipendio di 10 milioni a stagione (che diventano 33 con gli sponsor),  clausola rescissoria di 250 milioni — Messi oggi è considerato il numero uno al mondo. Il suo presidente Joan Laporta va oltre e lo definisce «il migliore della storia». Ma confrontarsi con la storia vuol dire confrontarsi, naturalmente, con Diego Maradona. Con lui Messi condivide l’origine povera, il fisico, il sinistro, il Barça e persino un inquietante gol in fotocopia: quello che, fra lo stupore del mondo, segnò al Getafe nel 2007, identico al dettaglio a quello celeberrimo di Maradona in dribbling all’Inghilterra al Mondiale del Messico nel 1986.

Nessuno però può essere più diverso da Diego per due motivi. Il primo è che Lionel è tutto casa e calcio. Vive con la famiglia fuori Barcellona, mai un gossip, mai un vezzo da star, una fidanzata sconosciuta, poche interviste perché, in effetti, ha poco da dire. Come accadeva con Maradona, però, i compagni lo amano. «Voi vi entusiasmate alle partite, noi queste cose le vediamo tutti i giorni», dicono ammirati come tifosi Xavi e Puyol, non due qualunque. Leo ricambia con gesti semplici e decisivi, come lasciare al sempre più periferico (e, al confronto, banalissimo) Ibrahimovic il rigore del 4-2 a Saragozza.

Il secondo motivo di differenza con Maradona è che Leo deve ancora incantare e vincere un Mondiale con l’Argentina. Un Mondiale Under 20 lo ha vinto nel 2005, un titolo olimpico lo ha conquistato a Pechino 2008. Ma ovviamente la storia si fa con la nazionale maggiore. Nel 2006 era troppo giovane, quest’anno avrà il suo Paese sulle spalle. Dicono che la nazionale sia il punto debole del ragazzo, ma il c.t. Diego — che un giorno, da esperto di entrambe le materie, disse che «vedere giocare Messi è meglio che fare sesso» — non ha dubbi: il ragazzo in Sudafrica sarà il leader assoluto della squadra, e ha aggiunto: “Sarei l’uomo più felice del mondo se Leo mi superasse”. Lionel per ora abbozza e proprio oggi ha dichiarato: “Potranno passare milioni di anni, ma Diego sarà sempre il più grande della storia del calcio”. Può essere. Ma, se Messi vorrà essere almeno il secondo in classifica, in Sudafrica non potrà fallire.

Dal blog “Palla in tribuna” di Alessandro Pasini.

(25 Marzo 2010) – Corriere della Sera

Buio in sala: Un giorno di ordinaria follia (1993)

L’ispirazione per il film di questa settimana l’ho avuto leggendo qui, ci sono quei giorni (guarda caso spesso in estate, con la calura a renderti ancora più stanco e insofferente) in cui se fosse possibile apriresti in due come un cocomero la testa del tuo collega di scrivania oppure di quel pirla che guida come se fosse in pista (tanto al prossimo semaforo ti ribecco!), oppure imbottigliato nel traffico mentre vorresti essere da tutt’altra parte (alle Maldive per esempio?), in quei momenti ognuno di noi vorrebbe tanto perdere la ragione (magari non completamente!) e allora in quei casi il nostro eroe diventa Michael Douglas/William “Bill” Foster che decide che quello è il giorno giusto per dare sfogo alla propria sopita pazzia, il giorno giusto in cui tutte le piccole e grandi ingiustizie devono trovare un colpevole e quel colpevole la deve naturalmente pagare.

Gli aspetti entusiasmanti di questo film: l’abbigliamento da perfetto impiegato con camicia bianca e cravatta, la capigliatura con taglio da marines, la mosca che lo infastidisce nel suo abitacolo quando è bloccato nel traffico (primi sintomi di insofferenza), tutti i personaggi multietnici che incontra nel suo percorso verso casa, un viaggio già segnato che sarà di sola andata perché a un certo punto capirà di aver varcato il punto di non ritorno. Seguirà il viaggio del nostro eroe un poliziotto al suo ultimo giorno di lavoro (cosa un po’ scontata, non poteva stare in ufficio a raccogliere i cimeli di una vita da sbirro?), un superbo Robert Duvall/Martin Prendergast che cercherà di arrestarlo, ma alla fine a uscirne vincitore sarà sempre Michael Douglas/William “Bill” Foster. Come? Scopritelo da voi!

Chi non ha mai desiderato o pensato anche per un solo istante di mettere in pratica un giorno di ordinaria follia? Poi in questo periodo…

Questo post partecipa alla rubrica BUIO IN SALA, mercoledì cinematografico di Mamma F & Mamma C di Nati per delinquere. Grazie.

Per non dimenticare

19 Luglio 1992, ore 16.58

Eravamo giovani e belli, incoscienti, sognatori di un futuro sconosciuto ma desiderosi di essere artefici del nostro destino, inconsapevoli testimoni di un periodo storico e di una società che in quel momento non eravamo in grado di capire pienamente. Ci aspettavano le isole greche, belle ragazze, conquiste, quattro veri amici bruciacchiati al sole già durante la traversata del Mediterraneo che al fischio del treno non erano più in sei a condividere quel viaggio, ma bensì sette non sapendo dove avremmo ficcato nella cabina della nave quel bestione alto 2 metri con una busta di plastica in mano, nulla in quel momento ci poteva scalfire, nemmeno le bombe scoppiate il pomeriggio precedente a millecinquecento chilometri di distanza spaventose e distruttive come quelle di Maggio.

Eventi

Ci sono giorni da ricordare, quei giorni che meritano un bel cerchio con la matita rossa sul calendario, giorni che per molti, tanti non hanno significato ma che per te e solo per te valgono molto. Ebbene ieri, Domenica 18 … Read more »

Incontri

Nella vita di ognuno di noi capita di incontrare una persona che si dimostrerà fondamentale nel corso della vita per come è riuscito a renderci migliori e diversi, per come ci ha permesso di superare le nostre paure, ci ha … Read more »

Per pensare un po’… ma anche sorridere!

Per pensare un po’…

« C’è un’ape che se posa
su un bottone di rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa. »
(Trilussa, Felicità)

Per sorridere un po’…


(Trilussa, L’uccelletto – recitata da Andrea Bocelli)

Articoli: “L’addio di Graziella a quell’uomo chiamato pitbull”

Sarebbe bello pensarlo, ma è solo una immagine retorica, buona per un romanzo. La vita non è così. E si precipitava nel vuoto da ben prima che inventassero il cinema. Con tutta la buona volontà non riusciremo mai ad immedesimarci in lei, nel suo volo disperato, non sapremo mai se stava pregando o piangendo atterrita. Non mi piace l’uso improprio, smodato, che si fa della parola «giallo » di fronte alle morti inspiegabili che costellano la nostra vita quotidiana. La morte è la morte, non abbiamo il diritto di spettacolarizzarla, addomesticarla. Graziella è morta, riesco solo a provare una infinita pena per lei. La sua vita anonima merita rispetto.

Quando negli incontri pubblici mi presentano come un giallista io, fra me e me, mi dico sempre: «Magari lo fossi!». Magari riuscissi a scrivere un giallo per davvero. Una di quelle macchine narrative perfette, lucide come un brillante, senza alcuna impurità, belle come può essere bello un astrolabio, logico, scientifico, e allo stesso momento incomprensibile e affascinante, dove il dovere della trama soverchia tutto, annulla le digressioni, la banalità delle esistenze, il puzzo della vita. Invece quando scrivo non so esimermi dall’impasto barbaro della lingua, dall’autobiografia, dalle divagazioni, le lordure, la prosaicità delle pene quotidiane. Sono un pessimo giallista, al massimo quello che riesco a fare è semplice letteratura. Ma la letteratura è niente di fronte alla vita, la letteratura non può restituire davvero i battiti del cuore, il respiro affannato, le speranze, i dolori. La letteratura è una parodia della vita, mentre ogni vita che muore, ogni cuore spezzato, anche il più anonimo, è una biblioteca in fiamme.

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Il buono, il brutto, il cattivo (1966)

Con questo film entriamo nella storia, ma che dico nell’Olimpo del cinema, un capolavoro di Sergio Leone che insieme alle musiche di Ennio Morricone (indimenticabili, eterne, sublimi) ha creato una trilogia di cui questo è per me l’asso piglia tutto. Stiamo parlando di spaghetti western, ma spaghetti sublimi, cucinati da uno chef speciale che ha saputo creare un genere unico nonostante tutti gli western americani.

Il film completa la trilogia cosiddetta del dollaro e all’epoca valevano parecchio: “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”. Ecco la presentazione dei tre:

Il buono: Biondo/Clint Eastwood
Il brutto: Tuco/Eli Wallach
Il cattivo: Sentenza/Lee Van Cleef

Diciamo subito che molta parte del gran successo di questo film che completa la trilogia è dovuta anche alla presenza di Clint, l’attore sempre considerato ingiustamente con solo due espressioni: con o senza sigaro in bocca! Non è così, Clint è fantastico e la sua lunghissima carriera lo dimostra sia davanti che dietro la cinepresa (come dicono quelli che si intendono di cinema).  Delle musiche di Morricone ho accennato, anche in questo caso chi non ha mai fischiettato almeno una volta le sue musiche: qui lo potete vedere dirigere “L’estasi dell’oro”.

Per il resto la trama la potete leggere su wikipedia (ma mi chiedo chi non ha mai visto almeno una volta questo film?), per il resto vi dico solo: “Heyyy Biondooo… Lo sai di chi sei figlio tuuu? Sei il figlio di una grandissima puttaaaa…”

Questo post partecipa alla rubrica BUIO IN SALA, mercoledì cinematografico di Mamma F & Mamma C di Nati per delinquere. Grazie.

Di progressi e soddisfazioni

Ieri sera a cena, si chiacchierava tranquillamente, Edo rispondeva alle nostre domande, probabilmente era anche stanco perché dopo aver finito di mangiare se ne è stato buono e tranquillo a tavola quando ho fatto questa semplice riflessione: però ne “abbiamo” … Read more »

Poche parole

Grazie a Mamma C per l’ospitalità e al suo adorabile Matteo Grazie a Mamma F per la dolcezza con cui si è spupazzata anche il mio teppista e al suo irresistibile Simone Grazie a Piccolalory che ha cucinato per un … Read more »