Category Archives: Racconti

Habemus scholam

Dei tempi del Liceo e soprattutto del latino oltre alla prima declinazione di rosa/rosae mi è sempre rimasta impressa una citazione di Seneca: “non scholae sed vitae discimus” La seconda piccola tappa del viaggio iniziato più di un mese fa … Read more »

“Fratelli e sorelle buonasera”

«Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il Vescovo benedica il popolo io vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me».

(Papa Francesco I – Roma, 13.03.13)

Anche Edo con un occhio sull’iPad giocando a Fifa e l’altro al televisore ha guardato in modo distratto la prima uscita del Papa, Vick invece ha tranquillamente e giustamente fatto come se nulla fosse.

Tappe

La chiamano spending review ma per noi ha significato la prima tappa di un percorso lungo che Edo inizierà a vivere da Settembre. Ieri sera prima di andare a dormire abbiamo dato un occhio sul sito del ministero per l’iscrizione … Read more »

Sic

 

“Tempo fa sono andato ad allenarmi su una pista da cross. All’ingresso il custode mi riconosce, sorride e inizia a tempestarmi di domande: “Ma lei è Simoncelli? Il pilota famoso? Quello che corre in MotoGP?”. Rispondo tutto fiero: “Già, sono proprio io”. E lui: “Trenta euro!”.

“Anche quest’anno ho rinnovato il contratto con la fidanzata Kate!”

“Mi stavo allenando nel cross quando mi si avvicina un tipo, mi fa un sacco di domande, mi presenta anche il figlio e poi, un attimo prima di andarsene, mi dice: “Comunque Dovizioso va più forte!”.

“Per sfinimento me li sono lasciati crescere. Tanto non ho bisogno di un parrucchiere: me li cura mia zia. Ma, Diobò, che caldo, e che fatica incastrarli nel casco! Il vantaggio è che già sono alto e mi regalano altri quattro centimetri”.

“Ogni tanto mi capita che li taglio, quando mi rompono un po’ i maroni”.

“Forse gli spagnoli dovrebbero giocare un po’ più a carte, così almeno si rilassano. Però tira il culo a perdere anche a carte.”

“E però io penso che gli spagnoli devono farsi un po’ un esame di coscienza, e pensare che se sono dietro, se non sono lì davanti in classifica, non è per colpa mia per il sorpasso che ho fatto lì, ma perché magari devono fare un po’ meno pugnette e darci un po’ più di gas.”

“Praticamente boh avevo 14 anni, e andavo con lo scooterone del mio babbo su e giù per la stradina di casa. E mia mamma che faceva: “Diobò va piano, st’attento che arriva la zia su, st’attento ad andar giù”. Io, frega n’casso se arriva la zia. Io andavo giù a tutto gas. E’ arrivata la zia… Ho visto la sagoma bianca con la scritta rossa Opel comparire. Ho avuto la prontezza di riflessi di prenderla appieno.”

“Dalle cose che dici ho visto che l’hai letto il mio libro. Neanch’io l’ho letto così tanto.”

“Ho deciso di prendere quella per la moto, perché volevo andare in giro con una moto più grossa di un 125 per strada. Ero tutto contento con la mia patente nuova. Dopo due giorni me l’hanno ritirata.”

“Adesso se mi sveglio presto tipo queste mattine che c’ho il fuso orario, ancora mi butto nel lettone dei miei, mi piace da matti.”

“Io vedo anche alcuni miei amici che magari capito finito il liceo, non sanno nemmeno loro che cosa fare, se andare all’università, se lavorare. Secondo me una cosa che aiuta a vivere in modo comunque più coraggioso è avere un obiettivo. Che sia di qualsiasi tipo, di sport o di lavoro. Però Diobò se te hai nella testa un obiettivo, un qualcosa che devi raggiungere, secondo me ti aiuta ad andare avanti senza paura.”

Da leggere ascoltando De Andrè e Fossati in “Anime Salve”

 

Un ricordo… mondiale!

Avevo 10 anni e mi ricordo tutte le partite di quell’estate di tanti anni fa, la partita inaugurale tra la vincente di quattro anni prima, l’Argentina del nuovo fenomeno del calcio mondiale e il Belgio con un portiere dal nome che ricordava la marca di un purè, vinse come spesso succede 1-0 la squadra sfavorita, quella che in porta aveva il purè. Quella stessa Argentina che ritrovammo nel gironcino dopo le faticose e sofferenti quattro partite iniziali. Con quella partita ci fu la consapevolezza della propria forza, come gruppo e squadra e a capo di quel gruppo un allenatore moderno, capace di caricarsi sulle spalle tutte le polemiche italiche e difendere i propri giocatori mettendoci sempre la faccia e anche la pipa, non era ancora tempo di divieti sul fumo. Poi ci fu quella partita memorabile con il Brasile, quel Brasile che avrebbe potuto giocare e passare il turno anche con un pareggio, ma la vanità brasileira e il narcisismo di una squadra che si credeva superiore costò caro lasciando una nazione intera in lacrime al triplice fischio. La semifinale? Una pura formalità con la Polonia di Zibì Boniek buono solo per giocare in Coppa, “bello di notte” diceva di lui l’Avvocato, manco fosse un gigolò. E poi la finale con la Germania… ecco quella partita non la guardai, proprio la finale, la sera dell’ 11 Luglio 1982. Erano tempi di ristrettezze e da qualche giorno mi ritrovavo in una colonia a Pesaro e non c’era la televisione in quel casermone, solo un altoparlante nel cortile, quello usato per diramare informazioni (“Tutti a lavarsi le mani che il pranzo è pronto e ricordatevi di non bere l’acqua del rubinetto, è salata!!!” Che incubo lavarsi i denti…) attaccato a un palo della luce, c’è il ricordo di quella cronaca radiofonica, con le orecchie ascoltavo, ma con gli occhi la partita la vedevo, minuto dopo minuto (quando l’arbitro fischiò a favore un rigore dissi a un compagno: non c’è Antognoni e Bearzot manda sul dischetto Cabrini, ma gli tremeranno le gambe. Ci presi in pieno). Ma non ricordo i festeggiamenti, se ci furono in quel cortile. Avrei voluto vederla, eccome l’avrei vista la finale della Coppa del Mondo io che passavo tutti i pomeriggi nel cortile della nonna a tirare calci a un pallone, ma non me la sentì di chiamare mio papà per farmi venire a prendere come fece qualche altro bambino, e poi non l’avrebbe fatto. Non ne abbiamo mai parlato, ma sono sicuro che anche per lui la gioia di quella vittoria fu un po’ malinconica avendomi spedito lontano casa sapendo che mi ero perso proprio la finale. Recuperai in seguito, da grande, riguardandomi proprio quella partita, rivedendo gli occhi quasi increduli con l’immancabile pipa di Bearzot e quelli festanti da fanciullo di Pertini. Se ci fosse ancora mio papà, questa sera avremmo potuto vederla insieme per la prima volta.

Da leggere ascoltando Mario Biondi in “If”

Don Ciccio

Ricordi d’estate quando da piccolo passavo i pomeriggi nel tuo laboratorio di mastro scarpe facendo le barchette con i pezzettini di cuoio che scartavi, tutta una vita a lavorare e tutto quel mastice respirato ti avevano lasciato una tosse permanente e fastidiosa. Ricordi d’estate quando passeggiavamo in giro per il paese con il cappello calato in testa e quelle grandi orecchie che spuntavano fuori, le mani incrociate dietro la schiena (lo sai che ogni tanto cammino anch’io così?) e per ogni persona che incrociavamo mi raccontavi qualche aneddoto. Ricordi d’estate quando mi davi i soldi per andare a comprare la coca nella bottiglia di vetro (non c’erano ancora quelle di plastica o almeno io non le ricordo), non tutti i giorni però, solo la domenica. Ricordi d’estate quando si aspettava con un misto di gioia e ansia sbucare da quella curva la macchina di papà e mamma: ma quando arrivano?

Ricordi d’inverno quando abbiamo dovuto dire addio a quel tuo figlio scapestrato, ma con un cuore incredibile e che pasticcere che era proprio quando aveva finalmente messo la testa a posto con una donna al suo fianco. Ricordi d’inverno quando alla morte di papà mi ha detto che adesso mi sarei dovuto occupare io della mamma e di Cristina e tu invece hai deciso che non si poteva continuare a vivere dopo quell’ennesimo dolore che la vita ti aveva dato.

Sessanta anni ci hanno diviso, tu che eri del ‘12 e io del ‘72, lo stesso nome ci ha unito e in mezzo un figlio e un papà che ha lasciato entrambi troppo presto.

Lucciole

«All’inizio di luglio nel boschetto di pitosfori sotto casa mia, nelle notti senza luna, lampeggiavano migliaia di lucciole. Si andavano a poggiare sui pitosfori, che sembravano alberi di Natale. Erano le 10 di sera e io abbracciavo forsennatamente una bambina bellissima che aveva 15 anni. Aveva degli occhi azzurri incredibili. A 20 metri il respiro calmo di un mare con un odore di mare memorabile. Poi il profumo del pitosforo, quello aristocratico. Io allora ho detto: “Scusa un attimo”. Ho fatto 100 metri di corsa, da una baracca che vende i pezzetti di cocco mi sono fatto prestare un bicchiere (ovviamente di vetro, non c’erano ancora quelli volgari di plastica bianca) e l’ho riempito di lucciole. L’ho rovesciato sul palmo della mia mano sinistra: una lanterna magica. E con quella lanterna magica  le ho illuminato il viso e ho scoperto una cosa che alla luce del sole non avevo mai visto: sul naso e sulle gote aveva tante piccole e meravigliose efelidi. Quello è stato il momento più felice della mia vita. La bambina era Maura, mia moglie. Gli odori sono la cosa più importante di quegli anni. Ma non si possono fotografare né incidere: si possono solo raccontare malamente. Mi piacerebbe averli chiusi in tanti piccoli boccetti e ora che sono vecchio, di notte, quando non posso dormire, stapparli e respirare profondamente l’odore del mare, del pitosforo, ma soprattutto quello di mia moglie a 15 anni. »

(Paolo Villaggio – Crociera Lo Cost)

Quasi record

3900 No, no, non sono i visitatori totali del blog, né tantomeno quelli giornalieri (seeeeeeeee!!!), sono solamente i metri che ho fatto oggi sul tapis roulant in 25 minuti (‘na faticaccia!!!!) Questo post in particolare è dedicato al mio Edo, … Read more »

La fine o l’inizio – parte II

Lunedi mattina, 10 Novembre 1997, ore 6. Sono già in giro per casa (all’epoca le 6 era una levataccia, adesso un lusso!) perchè devo rientrare a Viadana (provincia di Mantova) dove sto svolgendo presso l’ufficio dei Servivi Sociali del Comune i miei 10 mesi di naja camuffati col nome di Servizio Civile. In quel periodo ero uno studente sfaccendato fuoricorso di giurisprudenza ed ogni pretesto era buono per preparare gli esami con tutta calma e cosa di meglio di 10 mesi fuori casa per colpa dello Stato (domanda naturalmente retorica!)? Si sveglia anche mio papà, facciamo colazione insieme e scende prima di me per scaldarmi e tirarmi fuori la macchina dal box nonostante non ce ne fosse bisogno. Finisco di preparami e lo raggiungo con macchina calda e motore rombante pronta per il viaggetto milano-viadana. Al posto del solito ciao-ciao pa’, ci siamo abbracciati, un figlio e un padre si sono abbracciati avendolo fatto poche volte nonostante l’amore e il rispetto di entrambi, quella mattina ci salutammo come non avevamo mai fatto.

Lunedi mattina, 10 Novembre 1997, ore 7.28. A quel tempo le tariffe dei cellulari erano semplicemente da rapina (un furto legalizzato) e siccome avevo lamentato dei problemi con il mio nuovissimo telefonino (il mitico bananino) mio papà mi chiama per verificare lo stato di sto benedetto cellulare per capire se ci avessero rifilato un bidone, costoso, ma sempre bidone. L’importante era chiamare prima delle 7.30, dopo ogni minuto costava più di un pernottamento al Savoia. Sembra tutto a posto, ma rimaniamo comunque d’accordo che nel pomeriggio dopo l’ufficio sarebbe passato dal rivenditore, in fondo era costato più di 700.000 £. Quella fu l’ultima volta che sentì la voce di mio papà.

Lunedi sera, 10 Novembre 1997, ore 18.30. Sono a cena dal parroco (si sa che i preti cenano presto) e non avendo intenzione di andare fuori a mangiare tutte le sere dovevo arrangiarmi con la convenzione del comune che mi passava la cena nel mini refettorio. Non che la cosa cambiasse molto, perchè mi ritrovavo spesso a uscire alla sera per i morsi della fame. Alle 18.45 ricevo una chiamata: “papà ha avuto un incidente” (era in scooter e stava andando al centro commerciale dove avevamo comprato il cellulare).  Ho percorso i 160 km circa di ritorno in uno stato di trance ripentendomi  un mantra, una preghiera ma soprattutto una speranza che non potesse essere così grave come la voce di mia mamma mi aveva fatto capire. Non aveva un cellulare, non potevo richiamarla e quindi quell’ora e mezza in macchina con la pioggia che scendeva piano piano me lo ricordo metro dopo metro, chilometro dopo chilometro. Arrivo al pronto soccorso e mentre mi avvio verso l’ingresso incrocio mia mamma con un sacco nero, quello che si usa per la spazzatura, in cui erano stati messi gli effetti personali e i vestiti di mio papà. Mia mamma cammina a testa bassa, non mi vede, la chiamo e guardandomi con gli occhi gonfi mi dice:”è tutto finito!“.

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L’appuntamento

Le insegne luminose del locale si spensero,  il buio e la nebbia presero il posto della luce fioca emanata dal neon. Una donna camminò un poco in una direzione sconosciuta, si fermò e si guardò attorno. Non trovava più la strada. Qualcuno le passò accanto.
“Scusate” – chiese – “via Lombardia dov’è?”
“Bisogna andare dritti lungo questo viale alberato poi a sinistra”.
“Non sono pratica, non so orientarmi” – disse la donna. “Quando sono entrata al cinema le nebbia non c’era…”
“Vi accompagno io, se volete” – disse una voce di uomo.
La notte era molto scura e la nebbia li rendeva invisibili l’uno all’altro, quasi non si vedevano. Sembrava che le parole fossero direttamente portate dalla nebbia o che cadessero dagli alberi del viale.
“Forse anche gli alberi hanno freddo come noi, immagino che se potessero abbracciarsi lo farebbero”, sussurrò la donna.
“Forse è così, ma gli alberi non sono furbi, con l’arrivo dell’inverno si spogliano dei loro vestiti”.
La donna rise e lui la prese a braccetto e continuarono a camminare in silenzio.
“Pensi che Dio abbia già scritto e previsto tutto?” – domandò l’uomo ad un tratto.
“Sì.”
“Allora sapeva anche che questa notte noi due ci saremmo incontrati?”
“Forse. Dio sa anche sicuramente i nostri nomi e legge nei cuori degli uomini. Io mi chiamo Emma.”
“E io Filippo. Eccoci in via Lombardia.”
“Ora posso andare da sola”. Filippo la prese, la strinse a sé e le diede un bacio.
La donna disse:
“Perché? Non sta bene!”
“E’ una bacio dato a nessuno. Forse alla nebbia, alla notte o al momento in cui le nostre vite si sono incontrate”.
“Potrebbe non essere solo un istante. Potremmo vederci domani.”
“Alle 5? Sotto l’orologio della piazza, non c’è mai nessuno a quell’ora. Va bene?”
“A domani” – disse la donna e si allontanò scomparendo nella nebbia.
Il giorno seguente entrambi si vestirono nel modo più elegante. Si presentarono all’appuntamento in perfetto orario, ma quel giorno sotto l’orologio della piazza c’era un venditore di stoffe e c’era molta gente e confusione. I due scrutarono ogni volto, cercandosi tra la folla che si accalcava verso il banco del venditore, si passarono accanto guardandosi negli occhi e non si riconobbero.