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Buio in sala: “Innocenza Colposa” (1992)

Dopo aver saltato il turno settimana scorsa, torno care le mie NxD con un film credo non molto conosciuto ma che mi è rimasto dentro. All’epoca (ne sono passati di anni!) mi colpì molto il lavoro del protagonista, non perché faceva l’investigatore privato ma perché non lo faceva come il mitico Magnum PI, sole, mare, spiagge bianche, belle donne e Ferrari: in Inghilterra (grigia e piovosa come da copione) negli anni ‘50 il divorzio veniva concesso solo se uno dei coniugi veniva colto in flagrante adulterio, per questo il nostro PI Liam Neeson fotografa in un albergo sua moglie Hazel (Maggie O’Neill) col divorziando di turno, usando una cameriera come testimone. All’epoca la visione al cinema mi lasciò attaccato alla poltrona fino alla fine: sarà stato lui oppure no ad ammazzare moglie e cliente fedifrago di turno? Classica domanda da giallo.

innocenzacolposa Trama (tratta da corriere.it): “Brighton (Inghilterra) nel 1959 un investigatore privato usa la moglie per adescare uomini sposati e farli sorprendere in flagrante adulterio a favore di mogli che vogliono il divorzio, allora regolato in Gran Bretagna da leggi assai restrittive. Quando la moglie e un suo cliente sono assassinati, il principale indiziato è lui. Ispirato nelle immagini e nella ricostruzione dell’ambiente inglese di provincia al cinema noir americano degli anni ’40, il film, scritto dal regista, s’avvale dell’intensa recitazione di Neeson, bravo come il solito, ma ha il suo punto debole nella San Giacomo, improbabile donna fatale, amante di un artista di fama mondiale.”

Nulla di nuovo in tema di gialli, una variazione sul tema in cui il buono non si sa se è veramente buono e la cattiva veramente cattiva, ma fino alla fine i colpi di scena faranno tendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra come impazzito da un campo magnetico.

Raramente l’ho visto in tv e anche in rete non ho trovato molto, per non dire nulla.
Un buon film, niente a che vedere con il maestro Hitchcock, ma pur sempre un bel film.

Da leggere ascoltando Dire Straits in “Private Invstigations” (live)

Questo post partecipa alla rubrica BUIO IN SALA, mercoledì cinematografico di Mamma F & Mamma C di Nati per delinquere. Grazie e buona visione.

Articoli: “Lorenzo, Margherita e un amore mai bruciato”

L’ annuncio è un necrologio. Apparso su questo giornale mercoledì 21 dicembre in mezzo ad altri. Trafiletti con nomi in neretto che attirano un’ attenzione solo all’ apparenza morbosa, che evocano una paura profonda, la paura di avere a che fare con quella cosa terribile, lì. Questa volta, per una volta, un respiro diverso, prima di un tonfo trionfale di malinconia. «Lorenzo Bandini, oggi avresti compiuto 70 anni. Ne avevi solo 31 quando te ne andasti in quel tragico giorno a Montecarlo. Ti ricordo, con i tanti tifosi e amici che ancora hai», Margherita. Lorenzo Bandini era un pilota, un pilota Ferrari. Morto in un rogo che fa male al cuore ancora ora: 7 maggio ‘ 67 l’ incidente; 10 maggio la fine, dopo l’ agonia. Margherita Freddi era sua moglie ed era lì, con in mano il cronometro come facevano le signore dei box allora; con addosso un vestito elegante, come facevano le signore, allora. Con altro, nascosto chissà come, trattenuto da una dignità fiera: l’ ombra di un presentimento sempre pronto. Le immagini sono fotografie indelebili per chi ricorda quei giorni fatti di foto, appunto, da quotidiano e rotocalco; di chiacchiere e orrore; pettegolezzi e clamore. Ma questo annuncio, porta ben altro, qui. Una storia d’ amore non stinta, una malinconia così struggente da risultare bellissima. Com’ è bello avvertire un senso di appartenenza, un senso di bene, nel tempo, per sempre; com’ è bella Margherita che ha camminato nella vita con una forza propria, comunque, ha ritrovato una ragione, ha fatto famiglia di nuovo, conservando ciò che fu. Fu una corsa, davvero, due ragazzi. Lui che montava, smontava i pezzi, cambi e testate e intanto guidava, andava forte; lei che era figlia del principale, lo vedeva lavorare in officina e poi, dopo, lo vedeva altrove, sempre di più. Milano, con la nebbia spessa per un bacio, il primo, sguardi in terra; con gli smalti delle carrozzerie come film americani, come sogni a colori. Era un’ avventura all’ apparenza perfetta, dentro un’ Italia al galoppo, come il Cavallino sul quale stava, stretto e innamorato Lorenzo. Italiano su Ferrari, accidenti, guardalo, guardalo là. Destinato alla gloria, al sacrificio, alla folla. Era un campione, sembrava un figlio, un bravissimo bambino. Consapevole di una povertà densa, di una felicità da niente, presa a Barce, in Libia dov’ era nato, dove aveva masticato lo stupore da motore vicino al suo papà, Giovanni; provata poco dopo dentro un’ Emilia da terra bassa, da motore sempre. Avrebbe 70 anni oggi Lorenzo e magari Margherita riesce pure a immaginare con quale faccia, quale voce sarebbe arrivato sin qui mentre per noi risulta più difficile, avendolo lasciato in quel maggio crudele, in quello strazio da pietà. A questo serve l’ annuncio pubblicato sul Corriere. A raccontare la forza magnifica dell’ amore. Una potenza magica. Che resiste, tiene stretti, aiuta a vivere quando la vita fa i dispetti. La sorella di Lorenzo, Gabriella, non voleva che corresse. Ma adesso di quella corsa conserva solo qualcosa di tenero, il senso di una passione così meravigliosa da attenuare la perdita, la tristezza di arrivare a 70 anni senza di lui eppure ancora insieme. C’ è un profumo di olio ricinato in questo Natale. C’ è il rumore di quei motori, la signorilità indelebile di quello stare nelle corse, nella vita che sembrava alla moda e basta, che era una frenesia profumata di vita, di gioventù. Milano ha luci simili. Margherita passeggia, fa spese, cammina e va. Con Lorenzo, sottobraccio, per un attimo, un frammento di strada e forse di voce; magari un cappotto scuro, un guanto scamosciato. «Appoggiati, dai che è gelato, si scivola, Margherita, stai su».

Giorgio Terruzzi

(23 dicembre 2005) – Corriere della Sera