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Una volta nella vita

27/04/2016

Una è nascere, un’altra morire. In mezzo, parecchie altre cose ti succedono una volta sola nella vita. Il viaggio avventuroso, la notte d’amore che non avevi nemmeno osato immaginare, l’occasione presa per i capelli o persa per un pelo. Emozioni uniche, della cui irripetibilità sei consapevole nel momento stesso in cui le provi. Noi del Leicester sappiamo fin troppo bene che la nostra squadra adottiva non vincerà mai più il campionato inglese. Sotto sotto lo speriamo persino, altrimenti l’eccezionalità di quanto sta per accadere perderebbe un po’ del suo fulgore. Soltanto i potenti non si annoiano mai di esserlo (e per questo lo sono, però che noia).

La storia di provincia che ha incendiato la curiosità del mondo intero è un attentato alla logica e un inno alla speranza. Una banda di scarti e di incompresi che l’anno prima ha rischiato la retrocessione viene affidata a un allenatore non più di primo pelo, Ranieri, considerato da sempre un magnifico perdente. I difensori centrali hanno la mobilità di un armadio e nei piedi la sensibilità dei ferri da stiro. Il centravanti per un certo periodo ha giocato col braccialetto elettronico alla caviglia, essendo in libertà vigilata per i postumi di una rissa da bar. I giocatori di maggior talento sono un francese del Mali e un algerino che nessuna delle Big si è degnata di ingaggiare.

Partita dopo partita, la banda diventa squadra e il sogno prende forma. Sembra uno scherzo a cui non crede ancora nessuno. Poi le corazzate di Londra e Manchester cominciano a sbandare e il Leicester si rivela a se stesso e agli altri con un gioco semplice e redditizio, uno spirito di gruppo unico e una concatenazione di coincidenze favorevoli che solo dei prosaici chiamerebbero botte di c.

L’incredibile diventa possibile, quindi probabile e infine inesorabile. Ah, che sensazione unica di pienezza regala il sentirsi spinti dal vento dell’inesorabile. Ogni partita è un calvario con inglobata la resurrezione e alla fine piangono sempre tutti: giovani e vecchi, in campo e sugli spalti. Piangono per gratitudine o perché faticano ancora a credere che la storia si sia capovolta, che la trama di un film sia diventata cronaca, che ciascun uomo abbia un Leicester potenziale nel suo destino. Invece può succedere, tanto è vero che succede. Ogni tanto. Diciamo, una volta nella vita.

massimo gramellini

fonte http://www.lastampa.it/2016/04/27/cultura/opinioni/buongiorno/leicester-meglio-una-volta-nella-vita-il-piacere-inarrivabile-r8lb8sga4LW02xUAzdcOtL/pagina.html

Leggendo della Sicilia e della Padania

«Pino Cuttaia è un cuoco alto e asciutto. Alto di cucina e di aspetto, e ho sempre avuto rispetto (e anche un po’ di invidia) per i grandi cuochi che conservano la linea. Pino Cuttaia è un cuoco alto ma possiede quella saggezza antica che secondo gli orientali è prerogativa dei grassi. Quindi, come avrebbe detto Gianni Brera, anche se è alto e magro, lo considero «un fratello grasso». Sono arrivato a Licata per lui e con lui, l’ho girata, dal lido Miramare, dove ho fatto il bagno in una bella domenica di sole caldo, al centro durante una festa, e poi all’Oasi Beach dove ho mangiato una pizza sorprendente. Ho fatto colazione con lui al bar Florio: granita e brioche. La Sicilia, solo per questo modo di cominciare la giornata, è terra intelligente e generosa…» (6 agosto 2011)

«Dal terrazzo dell’Imperiale, Giacomo Battafarano, appassionato direttore dell’hotel, mi guida nella scoperta del panorama di Taormina. Non sono il primo a emozionarmi. «La vista di Taormina ci mandò in estasi»: Alexandre Dumas. «Qui ci si sente come se si fosse vissuto per un migliaio di anni… Non che Taormina aspetti solo me, aspetta tutti gli uomini»: D.H. Lawrence. Laggiù, sulla punta, si intravede il Teatro Greco fatto edificare da Ierone II, tiranno di Siracusa: il nome di sua moglie, Filistide, è scolpito su alcuni gradini. Nelle sere di spettacolo, grazie a un’acustica perfetta, le voci e i suoni arrivano fin qua…» (20 agosto 2011)

Roberto Perrone

«…Vi chiederete: ma con tutte le rogne che ci stanno cascando addosso, perché occuparsi di queste pagliacciate? Perché molte di quelle rogne derivano proprio dalla mancanza di credibilità di chi avrebbe dovuto affrontarle e invece si è occupato di queste pagliacciate. E non in qualità di commentatore, ma di ministro proponente. A chi gli chiedeva come mai i ministeri del Nord non avessero aperto come promesso il primo di settembre, l’ambasciatore del Calderoli ha risposto: c’è stato un equivoco, noi avevamo parlato di «primi di settembre». Più li vedo all’opera, più i padani mi sembrano identici al popolo con cui confinano: gli italiani.» (2 Settembre 2011)

Massimo Gramellini

Da leggere ascoltando i REM in “E-bow the letter”