Category Archives: Ricordi

Sui campi di calcio

Il calcio mi ha dato tanto, mi ha permesso di vivere lo sport come gruppo, come gioco di squadra in cui non c’è mai un solo vincitore e soprattutto non c’è mai un solo perdente: si vince e si perde tutti insieme. Da giocatore.

A tutti i ragazzi che ho allenato dicevo sempre che dovevamo comportarci come un orologio, ognuno di noi è un componente dell’ingranaggio delicato di un orologio, se tutti riusciamo a dare il massimo pensando di essere importanti ma non fondamentali, saremmo riusciti ad ottenere sempre il miglior risultato. Da allenatore.

Ho avuto la fortuna di conoscere tanti ragazzi, alcuni li porto ancora dentro di me, altri sono passati e rimasti indifferenti, molti mi hanno anche insegnato qualcosa, abbiamo condiviso campi in erba e campacci in terra battuta, spogliatoi, alcuni maleodoranti altri fin troppo raffinati, discussioni, urla, abbiamo gioito e alcune volte pianto, ma soprattutto ci siamo divertiti tanto.

Ciao Mattia, ragazzo fuori dal normale, scontroso, ribelle (mai con me), ma anche generoso e altruista.

Passato e futuro

Tra i ricordi di mia sorella ne ho uno nitido in cui la difendo come forse non ho mai più fatto in vita mia, contro tutto e tutti, urlando, avrei fatto anche a pugni se fosse stato necessario. Ho rimpianti … Read more »

C’è un momento giusto

18.06.11

C’è un momento giusto per piangere le persone che ami che non ci sono più

c’è un momento giusto per renderti conto che non ricordi più le loro voci, il loro profumo, il loro amore

c’è un momento giusto per guardare avanti e farsi coraggio, guardarsi allo specchio e non vederlo rigato di lacrime

c’è un momento giusto per tirare fuori dal cassetto i sogni di ragazzino quando la leggerezza era l’unico sentimento nel tuo cuore

c’è un momento giusto nella vita per ogni cosa e scoprirlo è il nostro destino, è la nostra vita.

Da leggere ascoltando Francesco De Gregori in “La ragazza e la miniera”

Un ragazzo speciale

Nella mia rubrica telefonica del cellulare ho salvato un numero con il nome “Piazz”, ma il Piazz che ho io è il papà di Gabriele, un ragazzo fuori dal comune, in tutti i sensi, sia sui campetti di basket di Milano sia nella vita.

Il giorno del matrimonio è passato a salutarmi, stesso pianerottolo, bastava mettere fuori la testa da casa lasciandomi con la promessa che sarebbe passato: non l’ha fatto, ma era fatto così. Un anno dopo Gabriele decideva di andare a giocare a pallacanestro su altri campi.

E’ vivo ancora in me il ricordo dell’estate trascorsa in Sicilia con la sua spalla operata seduto in riva al mare, il volto triste, avrebbe voluto trovarsi semplicemente con un pallone in mano da un’altra parte.

Uno dei miei pochi rimpianti… non averlo mai visto giocare! Uno giocatore così straordinario avrebbe meritato.

Un libro di Daniele Vecchi (“HEROES – Eroi del playground persi per strada”) dedica un capitolo a Gabriele, forse il più bello e toccante e non solo perché lo conoscevo e non solo perché conosco i suoi genitori o sua sorella, ma solo perché Gabriele è uno straordinario ragazzo.

«Ci sono persone che lasciano il segno. Lasciano il segno su qualsiasi persona con cui vengono a contatto, lasciano il segno sull’ambiente circostante, si sente la presenza, si sa che quella persona c’è, o c’è stata, o ci sarà sempre, in quell’ambiente, in quel determinato ambito. Un segno indelebile, anche se queste persone si conoscono di sfuggita, se si vedono anche solamente una volta, anche se non ci si parla, anche se magari si è abituati a vederli in giro, nei locali, per la strada, su qualche foto sul giornale, si sa che esistono, si sa che ci sono, e basta, si danno per scontati. Gabriele Piazzolla, un ragazzo solare, uno di quelli che lascia il segno, un segno indelebile. Un gran bel ragazzo, una mancata carriera di modello, un talento cestistico fuori dal normale. Il Piazz, tutti lo conoscevano così, nei vari campetti di Milano, nelle varie squadre dove ha giocato, Gabriele era il Piazz, l’incontenibile, immarcabile, esuberante, esaltante Piazz. Il Piazz contro il Pozz.
One on one.
Uno contro l’altro al playground di Via Dezza, o al Sempione. Che sfida sarebbe stata. Se solo Gianmarco Pozzecco quella sera all’Hollywood avesse accettato, se solo avesse raccolto il guanto della sfida lanciatogli da Gabriele Piazzolla in quel luogo trendy così lontano migliaia di anni luce dallo spirito di divertimento e di competizione che animava Gabriele Piazzolla, se il Pozz avesse detto “ok, posto e ora, fammi vedere cosa sai fare”, la sfida sarebbe andata in onda, e molti degli ex-compagni di squadra o di campetto di Piazz erano e sono ancora tuttora pronti a scommettere che per il Pozz non sarebbe stato così facile, anzi, sarebbe stata durissima, sarebbe forse anche stata una sconfitta…..

…Classe 1981, Gabriele Piazzolla era un ragazzo che amava e rispettava il gioco, un entusiasta del mondo, un generoso, un amico fraterno, un sorriso sempre pronto a rincuorarti, una parola dissacrante che sdrammatizzava una situazione pesante, un genuino, un ragazzo vero e una persona vera, di rara intelligenza, un genio e uno sregolato, nel senso più bello, positivo e affettivo del termine. E giocava, giocava che era un piacere vederlo. Ti entusiasmava fin dal primo momento in cui lo vedevi muoversi con il pallone in mano. Il Piazz non faceva un passo indietro. Il Piazz spaccava. Un metro e ottantatre centimetri di altezza, un fisico compatto, agilissimo e con una esplosività intrinseca impressionante, un ball-handling che blindava il pallone, una partenza bruciante sia a destra sia a sinistra, una varietà di soluzioni offensive infinita,…»

Dal capitolo dedicato a Gabriele Piazzolla, il re del playground milanese, scomparso il 23 maggio 2006 a 25 anni.

Da leggere ascoltando Sting in “Fields of gold”

{this moment}

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“A Friday ritual. A single photo – no words – capturing a moment from the week. A simple, special, extraordinary moment. A moment I want to pause, savor and remember.”

Words and Inspiration By Amanda and many others…

Da guardare ascoltando Carlo Pellegatti nella telecronaca dei rigori della finale Milan-Juvents di Champions League 2003

Di banane, nonni e ricordi

Mi sono appena mangiato una banana! Embè che c’è di strano vi starete chiedendo. Detto così in effetti non c’è nulla di particolare, se a uno piacciono che bisogno c’è di scriverlo manco fossi un macaco, ma come spesso succede, anche questa storia inizia con “c’era una volta…”

Durante la malattia di mia mamma facevo i salti mortali cercando di organizzarmi in modo da perdere meno ore di lavoro. Per esempio quando doveva fare la chemio soprattutto il secondo ciclo che era meno forte l’accompagnavo alla mattina, ritornavo in ufficio e poi solitamente verso l’una andavo a riprendere mia mamma e il pranzo per me in tutte queste occasioni era sempre una banana, veloce da mangiare, non mi sporcavo e soprattutto potevo tranquillamente mangiarla in auto.

Nei due anni di malattia di mia mamma a casa mia non sono mancate mai le banane, anche perché le sedute di chemio e radio sono state tante anche se alla fine non sono servite a nulla.

Dopo la morte di mia mamma ho avuto un rigetto, non solo non riuscivo più a mangiarle, ma mi dava fastidio anche comprarle, qualche volta ci ho provato, ma sono rimaste in credenza a marcire. Anche se non centra per esempio non riesco più a bere Piña Colada, ma questa è tutta un’altra storia.

Sabato scorso le ho comprate nuovamente e oggi ho ho superato il rigetto da banana, non se definitivo, ma un primo passo l’ho fatto. E forse l’ho fatto anche pensando alla giornata di venerdì all’asilo. Altro passo indietro.

Lunedì la classe dei nanetti delle farfalle ha fatto una capatina all’Slunga come lo scorso anno a comprare tante cosine buone per la merenda con i nonni che si terrà appunto domani pomeriggio. Edo è tutto entusiasta e non sta nella pelle soprattutto di far conoscere a tutti suo nonno Ico anche se secondo me ormai anche i muri ne hanno avuto notizia. Mi chiedo cosa penserà vedendo magari qualche bimbo con 4 nonni e non 2, per Edo i nonni sono solo i miei suoceri e probabilmente nella sua testa di nonni ce ne sono solo due per tutti o invece magari non ci farà nemmeno caso.

Aveva solo 8 mesi quando mia mamma è morta e chissà se in uno sperduto angolo del suo cuoricino ne è rimasto un piccolo e vago ricordo.

Da leggere ascoltando Zucchero in “Diamante”

Un ricordo… mondiale!

Avevo 10 anni e mi ricordo tutte le partite di quell’estate di tanti anni fa, la partita inaugurale tra la vincente di quattro anni prima, l’Argentina del nuovo fenomeno del calcio mondiale e il Belgio con un portiere dal nome che ricordava la marca di un purè, vinse come spesso succede 1-0 la squadra sfavorita, quella che in porta aveva il purè. Quella stessa Argentina che ritrovammo nel gironcino dopo le faticose e sofferenti quattro partite iniziali. Con quella partita ci fu la consapevolezza della propria forza, come gruppo e squadra e a capo di quel gruppo un allenatore moderno, capace di caricarsi sulle spalle tutte le polemiche italiche e difendere i propri giocatori mettendoci sempre la faccia e anche la pipa, non era ancora tempo di divieti sul fumo. Poi ci fu quella partita memorabile con il Brasile, quel Brasile che avrebbe potuto giocare e passare il turno anche con un pareggio, ma la vanità brasileira e il narcisismo di una squadra che si credeva superiore costò caro lasciando una nazione intera in lacrime al triplice fischio. La semifinale? Una pura formalità con la Polonia di Zibì Boniek buono solo per giocare in Coppa, “bello di notte” diceva di lui l’Avvocato, manco fosse un gigolò. E poi la finale con la Germania… ecco quella partita non la guardai, proprio la finale, la sera dell’ 11 Luglio 1982. Erano tempi di ristrettezze e da qualche giorno mi ritrovavo in una colonia a Pesaro e non c’era la televisione in quel casermone, solo un altoparlante nel cortile, quello usato per diramare informazioni (“Tutti a lavarsi le mani che il pranzo è pronto e ricordatevi di non bere l’acqua del rubinetto, è salata!!!” Che incubo lavarsi i denti…) attaccato a un palo della luce, c’è il ricordo di quella cronaca radiofonica, con le orecchie ascoltavo, ma con gli occhi la partita la vedevo, minuto dopo minuto (quando l’arbitro fischiò a favore un rigore dissi a un compagno: non c’è Antognoni e Bearzot manda sul dischetto Cabrini, ma gli tremeranno le gambe. Ci presi in pieno). Ma non ricordo i festeggiamenti, se ci furono in quel cortile. Avrei voluto vederla, eccome l’avrei vista la finale della Coppa del Mondo io che passavo tutti i pomeriggi nel cortile della nonna a tirare calci a un pallone, ma non me la sentì di chiamare mio papà per farmi venire a prendere come fece qualche altro bambino, e poi non l’avrebbe fatto. Non ne abbiamo mai parlato, ma sono sicuro che anche per lui la gioia di quella vittoria fu un po’ malinconica avendomi spedito lontano casa sapendo che mi ero perso proprio la finale. Recuperai in seguito, da grande, riguardandomi proprio quella partita, rivedendo gli occhi quasi increduli con l’immancabile pipa di Bearzot e quelli festanti da fanciullo di Pertini. Se ci fosse ancora mio papà, questa sera avremmo potuto vederla insieme per la prima volta.

Da leggere ascoltando Mario Biondi in “If”

In ricordo

“Death is nothing at all. It does not count. I have only slipped away into the
next room. Nothing has happened. Everything remains exactly as it was. I am I,
and you are you, and the old life that we lived so fondly together is untouched,
unchanged. Whatever we were to each other, that we are still. Call me by the old
familiar name. Speak of me in the easy way which you always used. Put no
difference into your tone. Wear no forced air of  solemnity or sorrow. Laugh as
we always laughed at the little jokes that we enjoyed together. Play, smile,
think of me, pray for me. Let my name be ever the household word that it always
was. Let it be spoken without an effort, without the ghost of a shadow upon it.
Life means all that it ever meant. It is the same as it ever was. There is absolute and unbroken continuity.
What is this death but a negligible accident? Why should I be out of mind because
I am out of sight? I am but waiting for you, for an interval, somewhere very near,
just around the corner. All is well. Nothing is hurt; nothing is lost.
One brief moment and all will be as it was before. How we shall laugh at the
trouble of parting when we meet again!”.

(Henry Scott Holland)

Da ascoltare con Sting in “Fragile”

Passaparola

Ho “scoperto” il cancro nell’estate del 2006 quando a casa arrivò una raccomandata in cui si diceva solamente che la mammografia di mia mamma era da rifare per un problema tecnico. Non c’era alcun problema tecnico, già sapevano quello che poi fu chiaro anche a mia mamma, ma da quel momento iniziò il suo cammino fatto di interventi chirurgici, chemio, radio, capelli che cadevano come foglie d’autunno spazzate da un flebile vento e che ricrescevano dando speranza, notti insonni fatte di dolori, riprese che facevano sperare seguite ogni volta da ricadute sempre più in basso fino a una notte d’estate due anni dopo quella raccomandata che ho visto morire mia mamma.

Per questo sono molto sensibile quando leggo e trovo iniziative sul cancro al seno e nel mio piccolo se posso far qualcosa non mi tiro indietro; il mio piccolo è questo spazio che faccio dedicare da Edo alla nonna P. che non potrà mai ricordare perché troppo piccolo, perché quei pomeriggi al parco sono stati davvero pochi.

Per questo passateparola ricordandosi che la prevenzione è la migliore arma possibile.

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Dieci anni

«Gentilissima signora,

sono la catechista di Cristina e solamente in questi giorni ho saputo della terribile disgrazia che l’ha colpita e le sono vicina con tutto il mio affetto e con la preghiera. Solo in Dio potrà trovare aiuto per accettare questo grande dolore.

Ricordi di Cristina il suo bel sorriso e il suo affetto: io la ricordo così.

Ora è tra le braccia di quel Gesù che ha conosciuto e imparato ad amare nelle ore che ha passato con i suoi compagni e con me pochi anni fa, troppo pochi per noi che l’abbiamo amata, ma abbastanza per Gesù per volerla con lui nella pace eterna.

L’abbraccio con sincero affetto»


Sono passati dieci lunghi anni, io non so se ora è veramente tra le braccia di Gesù, so solo che mi manca tanto! Ti ho amato sorellina… ti ho coccolata quando eri piccolina, protetta quando eri una ragazzina, mi hai fatto incazzare quando stavi diventando una donna e alla fine quando avevi bisogno di me purtroppo non c’ero!