Di papà, pipì e palestra

Questa sera all’uscita dal lavoro mi vengono prendere la mamma ed Edo e appena salgo in macchina mi chiama come non aveva mai fatto: pa-pà! Ripeti amore: pa-pà! Mi stai chiamando amore. Per la prima volta Edo mi ha chiamato, quelle due sillabe erano rivolte a me, non le diceva al vento o alla mamma quando non c’ero e dopo quella semplice parola tanto desiderata se la rideva di gusto contento anche lui di avermi fatto questo bellissimo regalo.

Lo stiamo assecondando nella sua voglia di autonomia sicuramente grazie anche al lavoro che sta facendo all’asilo senza assolutamente forzarlo (non vogliamo e non pretendiamo nulla al momento) e quando gli scappa la pipì va in bagno e cerca di togliersi i pantaloni. A quel punto intervengo a spogliarlo e dopo averlo sistemato sul water, fa la pipì tutto orgoglioso e immediatamente dopo inizia a richiedere rettangolini di carta igienica  per pulirsi, uno due, tre, se fosse per Edo finirebbe un rotolo a pipì e ogni tanto cerca pure di riprenderli infilando la mano tra le gambette a penzoloni, poi lo prendo in braccio e schiaccia il pulsantone per tirare l’acqua.

Quando Edo ero piccolo mi divertivo e si divertiva anche lui a lanciarlo in alto, tipo vola-vola l’ape maya. Crescendo questa giochino l’avevamo messo da parte, ma ultimamente è tornato prepotentemente di moda, con un’unica e piccola differenza: adesso il piccolo non è poi così piccolo pesando quindici-chili-quindici. Si mette in piedi sul lettone e sulle note di po-popopopo (il coro mondiale degli White Stripes) lo lancio in aria e cerco d riprenderlo al volo; dopo 5 minuti di lanci, la mia schiena e le mie braccia iniziano a chiedere pietà, ma Edo non contento di vedermi ansimante parte con il coro a modo suo. Se continua così, posso pure disdire l’abbonamento in palestra.

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