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Papà

Molte cose conservo di mio papà, la maggior parte ormai sono solo dentro di me, sono i ricordi, i nostri ricordi, le sue parole, le nostre parole, il suo comportamento, il suo essere dolce e duro nello stesso tempo, le nostre chiacchierate con lo sguardo lontano rivolto verso il mare all’orizzonte, la sua infinita voglia di vivere, il suo amore profondo e intenso per la sua bambina e per sua moglie.

Ogni giorno è un ricordo e il tempo aiuta anche a sopportarne la mancanza, aiuta a volte a superare l’invidia che provo, non lo nego, per chi può ancora vedere le partite del Milan insieme a suo padre, ma mi ha lasciato anche qualcosa di molto meno poetico come l’abbonamento a “Panorama” che ho deciso di continuare a leggere; l’abbonamento è ancora intestato a lui, ho solo cambiato l’indirizzo. Ed oggi che è la festa del papà pubblico questo articolo, la storia di un amore e di un’avventura tra padre e figlio letta su proprio su “Panorama”

Auguri, papà!

 

Articoli: “Messi, Maradona e il calcio come arte”

Lionel Messi è arte in movimento, supersonica, inafferrabile. Quando credi di averlo acchiappato, lui, come un Valentino Rossi del pallone, non c’è già più, già oltre la curva, oltre un difensore e poi un altro e un altro ancora, finché la palla è in rete e tu non sai perché. Se un marziano scendesse sulla terra e volesse capire chi è quel fenomeno di cui si parla anche lassù nell’iperspazio, basterebbe fargli vedere il secondo dei tre gol segnati domenica 21 marzo al Saragozza: partenza a 40 metri dalla porta, dribbling, corsa con la palla incollata al piede, doppio dribbling e tiro incrociato imparabile. Ma, soprattutto, un tackle vinto all’avvio dell’azione con un centrocampista grosso il doppio di lui.

Il segnale che la Pulce è diventata un gigante, la conferma dell’analisi che fece un giorno Manuel Estiarte, il più grande pallanotista della storia: «Le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate. Ma prima devono riuscire a raggiungerlo…». Come Messi non c’è nessuno e non tanto per le statistiche e il palmarés, comunque notevoli. Come Messi non c’è nessuno perché nessun calciatore riesce a mixare con tanta naturalezza talento e lavoro, Raffaello e la Playstation, football postmoderno e un’antica felicità da pomeriggio all’oratorio. «Quando ci gioco contro — ha detto un difensore del Saragozza stordito e ammirato come uno che ha appena sentito per la prima volta Jimi Hendrix suonare — mi sembra di tornare ai tempi della scuola. Allora c’era sempre quello che segnava dopo aver scartato tutti, il fenomeno. Tu provavi a fermarlo, ma lui era di un’altra categoria».

Andrés Iniesta, suo compagno al Barcellona e uno dei giocatori più forti del mondo, ha spiegato con sintesi perfetta la differenza fra Lionel e gli altri: «Tecnicamente fa le stesse cose che faccio io. Solo che le fa a una velocità impossibile». Appunto: un dribbling è un dribbling, un dribbling così è solo un dribbling alla Messi. Un gesto diventato griffe ma nato come strumento di sopravvivenza.

messibaby.jpgA 10 anni infatti Leo smise di crescere: ormone della crescita inibito, una rara forma di nanismo come ombra sul calcio e sulla vita. In Argentina nessun club aveva i 600 dollari al giorno per pagargli le cure. Lo fece il Barcellona, il cui osservatore, vedendolo la prima volta giocare, parlò di un «predestinato». Messi lasciò Rosario con la famiglia, destinazione Europa. Crebbe in tutti i sensi nel Barça, lavorando e soffrendo: «Ero sempre il più piccolo di tutti — raccontò una volta — ma non potevo permettermi di fare vedere il dolore: al Barça dovevo tutto». Correre veloce, non farsi prendere, nascondere il pallone: erano le uniche armi per sopravvivere. Leo guarì e da due anni ha risolto anche i suoi residui problemi muscolari grazie a un intervento sull’alimentazione (basta con quel cioccolato con cui spesso si presentava all’allenamento…) e a un fisioterapista personale.

A 22 anni — stipendio di 10 milioni a stagione (che diventano 33 con gli sponsor),  clausola rescissoria di 250 milioni — Messi oggi è considerato il numero uno al mondo. Il suo presidente Joan Laporta va oltre e lo definisce «il migliore della storia». Ma confrontarsi con la storia vuol dire confrontarsi, naturalmente, con Diego Maradona. Con lui Messi condivide l’origine povera, il fisico, il sinistro, il Barça e persino un inquietante gol in fotocopia: quello che, fra lo stupore del mondo, segnò al Getafe nel 2007, identico al dettaglio a quello celeberrimo di Maradona in dribbling all’Inghilterra al Mondiale del Messico nel 1986.

Nessuno però può essere più diverso da Diego per due motivi. Il primo è che Lionel è tutto casa e calcio. Vive con la famiglia fuori Barcellona, mai un gossip, mai un vezzo da star, una fidanzata sconosciuta, poche interviste perché, in effetti, ha poco da dire. Come accadeva con Maradona, però, i compagni lo amano. «Voi vi entusiasmate alle partite, noi queste cose le vediamo tutti i giorni», dicono ammirati come tifosi Xavi e Puyol, non due qualunque. Leo ricambia con gesti semplici e decisivi, come lasciare al sempre più periferico (e, al confronto, banalissimo) Ibrahimovic il rigore del 4-2 a Saragozza.

Il secondo motivo di differenza con Maradona è che Leo deve ancora incantare e vincere un Mondiale con l’Argentina. Un Mondiale Under 20 lo ha vinto nel 2005, un titolo olimpico lo ha conquistato a Pechino 2008. Ma ovviamente la storia si fa con la nazionale maggiore. Nel 2006 era troppo giovane, quest’anno avrà il suo Paese sulle spalle. Dicono che la nazionale sia il punto debole del ragazzo, ma il c.t. Diego — che un giorno, da esperto di entrambe le materie, disse che «vedere giocare Messi è meglio che fare sesso» — non ha dubbi: il ragazzo in Sudafrica sarà il leader assoluto della squadra, e ha aggiunto: “Sarei l’uomo più felice del mondo se Leo mi superasse”. Lionel per ora abbozza e proprio oggi ha dichiarato: “Potranno passare milioni di anni, ma Diego sarà sempre il più grande della storia del calcio”. Può essere. Ma, se Messi vorrà essere almeno il secondo in classifica, in Sudafrica non potrà fallire.

Dal blog “Palla in tribuna” di Alessandro Pasini.

(25 Marzo 2010) – Corriere della Sera

Articoli

Ci sono articoli di giornale che mi colpiscono, che non mi lasciano indifferente, che mi fanno sorridere o anche piangere, vuoi perché trattano di argomenti che fanno parte di me e in quelle parole scritte rivedo me stesso, vuoi che in quei racconti c’è descritta la mia felicità o la mia tristezza del momento. Altri parlano di argomenti frivoli, ma sono scritti bene e questo a volte è sufficiente a colpirmi, molti parlano di sport.

Ripensando a questo mi rendo conto che in fondo ho sempre amato collezionare articoli, ho conservato per anni un piccolo articolo della Gazzetta dello Sport piegato e ripiegato come fosse un origami su un tennista per cui facevo il tifo, Miloslav Mecir, soprannominato il “gattone” per i movimenti felini e per l’aria svagata sia in campo che fuori. A casa conservo ancora un quaderno con tutti i ritagli degli articoli di fondo del lunedì sempre della Gazzetta sul grande Milan a cavallo tra gli anni 80 e 90. Facendo pulizia sul pc ho scoperto un po’ di articoli salvati e così mi è venuto in mente di pubblicarli  e raccoglierli in questo contenitore virtuale, spero che Edo possa apprezzare. 🙂