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Sosia in campo

Su due cose l’homo italicus medium non scherza, mai: la mamma e il calcio. Ma se ogni tanto ci può scappare qualche “vaffa” detto sottovoce anche alla propria mamma, sul calcio non si scherza proprio. Guai a prendersi in giro, la parola sdrammatizzare non esiste nel vocabolario del tifoso medio di calcio italiano.

La Gazzetta l’ha fatto prima della partita a S. Siro Milan-Bari (13.03.11), un piccolo show di sosia e per me che sono un uomo medio italiano e per giunta milanista ha fatto scompisciare dal ridere:

Gattuso è uguale, sembra l’originale, e Abbiati che danza davanti alla sua porta è spettacolare, mentre Yepes è degno del cigno bianco della Portman, il finto Pato è anche bravino, per non parlare dei giocatori del Bari che giocano a ruba bandiera!!!

Nota a margine: visto il risultato (1-1) con l’ultima in classifica non credo che la società Milan sarà ancora disposta al far calcare il manto erboso del Meazza da altri sosia in futuro (e qui viene fuori tutto l’uomo medio italiano che non sa scherzare sulla squadra del cuore che non riesce più a vincere!!!)

Da leggere ascoltando Rita Pavone in “La partita di pallone”

Piccoli campioni crescono…

Il nipotino di Maradona promette bene! Un video bellissimo e tenero: un papà e il suo bimbo.

Un ricordo… mondiale!

Avevo 10 anni e mi ricordo tutte le partite di quell’estate di tanti anni fa, la partita inaugurale tra la vincente di quattro anni prima, l’Argentina del nuovo fenomeno del calcio mondiale e il Belgio con un portiere dal nome che ricordava la marca di un purè, vinse come spesso succede 1-0 la squadra sfavorita, quella che in porta aveva il purè. Quella stessa Argentina che ritrovammo nel gironcino dopo le faticose e sofferenti quattro partite iniziali. Con quella partita ci fu la consapevolezza della propria forza, come gruppo e squadra e a capo di quel gruppo un allenatore moderno, capace di caricarsi sulle spalle tutte le polemiche italiche e difendere i propri giocatori mettendoci sempre la faccia e anche la pipa, non era ancora tempo di divieti sul fumo. Poi ci fu quella partita memorabile con il Brasile, quel Brasile che avrebbe potuto giocare e passare il turno anche con un pareggio, ma la vanità brasileira e il narcisismo di una squadra che si credeva superiore costò caro lasciando una nazione intera in lacrime al triplice fischio. La semifinale? Una pura formalità con la Polonia di Zibì Boniek buono solo per giocare in Coppa, “bello di notte” diceva di lui l’Avvocato, manco fosse un gigolò. E poi la finale con la Germania… ecco quella partita non la guardai, proprio la finale, la sera dell’ 11 Luglio 1982. Erano tempi di ristrettezze e da qualche giorno mi ritrovavo in una colonia a Pesaro e non c’era la televisione in quel casermone, solo un altoparlante nel cortile, quello usato per diramare informazioni (“Tutti a lavarsi le mani che il pranzo è pronto e ricordatevi di non bere l’acqua del rubinetto, è salata!!!” Che incubo lavarsi i denti…) attaccato a un palo della luce, c’è il ricordo di quella cronaca radiofonica, con le orecchie ascoltavo, ma con gli occhi la partita la vedevo, minuto dopo minuto (quando l’arbitro fischiò a favore un rigore dissi a un compagno: non c’è Antognoni e Bearzot manda sul dischetto Cabrini, ma gli tremeranno le gambe. Ci presi in pieno). Ma non ricordo i festeggiamenti, se ci furono in quel cortile. Avrei voluto vederla, eccome l’avrei vista la finale della Coppa del Mondo io che passavo tutti i pomeriggi nel cortile della nonna a tirare calci a un pallone, ma non me la sentì di chiamare mio papà per farmi venire a prendere come fece qualche altro bambino, e poi non l’avrebbe fatto. Non ne abbiamo mai parlato, ma sono sicuro che anche per lui la gioia di quella vittoria fu un po’ malinconica avendomi spedito lontano casa sapendo che mi ero perso proprio la finale. Recuperai in seguito, da grande, riguardandomi proprio quella partita, rivedendo gli occhi quasi increduli con l’immancabile pipa di Bearzot e quelli festanti da fanciullo di Pertini. Se ci fosse ancora mio papà, questa sera avremmo potuto vederla insieme per la prima volta.

Da leggere ascoltando Mario Biondi in “If”

Articoli: “Messi, Maradona e il calcio come arte”

Lionel Messi è arte in movimento, supersonica, inafferrabile. Quando credi di averlo acchiappato, lui, come un Valentino Rossi del pallone, non c’è già più, già oltre la curva, oltre un difensore e poi un altro e un altro ancora, finché la palla è in rete e tu non sai perché. Se un marziano scendesse sulla terra e volesse capire chi è quel fenomeno di cui si parla anche lassù nell’iperspazio, basterebbe fargli vedere il secondo dei tre gol segnati domenica 21 marzo al Saragozza: partenza a 40 metri dalla porta, dribbling, corsa con la palla incollata al piede, doppio dribbling e tiro incrociato imparabile. Ma, soprattutto, un tackle vinto all’avvio dell’azione con un centrocampista grosso il doppio di lui.

Il segnale che la Pulce è diventata un gigante, la conferma dell’analisi che fece un giorno Manuel Estiarte, il più grande pallanotista della storia: «Le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate. Ma prima devono riuscire a raggiungerlo…». Come Messi non c’è nessuno e non tanto per le statistiche e il palmarés, comunque notevoli. Come Messi non c’è nessuno perché nessun calciatore riesce a mixare con tanta naturalezza talento e lavoro, Raffaello e la Playstation, football postmoderno e un’antica felicità da pomeriggio all’oratorio. «Quando ci gioco contro — ha detto un difensore del Saragozza stordito e ammirato come uno che ha appena sentito per la prima volta Jimi Hendrix suonare — mi sembra di tornare ai tempi della scuola. Allora c’era sempre quello che segnava dopo aver scartato tutti, il fenomeno. Tu provavi a fermarlo, ma lui era di un’altra categoria».

Andrés Iniesta, suo compagno al Barcellona e uno dei giocatori più forti del mondo, ha spiegato con sintesi perfetta la differenza fra Lionel e gli altri: «Tecnicamente fa le stesse cose che faccio io. Solo che le fa a una velocità impossibile». Appunto: un dribbling è un dribbling, un dribbling così è solo un dribbling alla Messi. Un gesto diventato griffe ma nato come strumento di sopravvivenza.

messibaby.jpgA 10 anni infatti Leo smise di crescere: ormone della crescita inibito, una rara forma di nanismo come ombra sul calcio e sulla vita. In Argentina nessun club aveva i 600 dollari al giorno per pagargli le cure. Lo fece il Barcellona, il cui osservatore, vedendolo la prima volta giocare, parlò di un «predestinato». Messi lasciò Rosario con la famiglia, destinazione Europa. Crebbe in tutti i sensi nel Barça, lavorando e soffrendo: «Ero sempre il più piccolo di tutti — raccontò una volta — ma non potevo permettermi di fare vedere il dolore: al Barça dovevo tutto». Correre veloce, non farsi prendere, nascondere il pallone: erano le uniche armi per sopravvivere. Leo guarì e da due anni ha risolto anche i suoi residui problemi muscolari grazie a un intervento sull’alimentazione (basta con quel cioccolato con cui spesso si presentava all’allenamento…) e a un fisioterapista personale.

A 22 anni — stipendio di 10 milioni a stagione (che diventano 33 con gli sponsor),  clausola rescissoria di 250 milioni — Messi oggi è considerato il numero uno al mondo. Il suo presidente Joan Laporta va oltre e lo definisce «il migliore della storia». Ma confrontarsi con la storia vuol dire confrontarsi, naturalmente, con Diego Maradona. Con lui Messi condivide l’origine povera, il fisico, il sinistro, il Barça e persino un inquietante gol in fotocopia: quello che, fra lo stupore del mondo, segnò al Getafe nel 2007, identico al dettaglio a quello celeberrimo di Maradona in dribbling all’Inghilterra al Mondiale del Messico nel 1986.

Nessuno però può essere più diverso da Diego per due motivi. Il primo è che Lionel è tutto casa e calcio. Vive con la famiglia fuori Barcellona, mai un gossip, mai un vezzo da star, una fidanzata sconosciuta, poche interviste perché, in effetti, ha poco da dire. Come accadeva con Maradona, però, i compagni lo amano. «Voi vi entusiasmate alle partite, noi queste cose le vediamo tutti i giorni», dicono ammirati come tifosi Xavi e Puyol, non due qualunque. Leo ricambia con gesti semplici e decisivi, come lasciare al sempre più periferico (e, al confronto, banalissimo) Ibrahimovic il rigore del 4-2 a Saragozza.

Il secondo motivo di differenza con Maradona è che Leo deve ancora incantare e vincere un Mondiale con l’Argentina. Un Mondiale Under 20 lo ha vinto nel 2005, un titolo olimpico lo ha conquistato a Pechino 2008. Ma ovviamente la storia si fa con la nazionale maggiore. Nel 2006 era troppo giovane, quest’anno avrà il suo Paese sulle spalle. Dicono che la nazionale sia il punto debole del ragazzo, ma il c.t. Diego — che un giorno, da esperto di entrambe le materie, disse che «vedere giocare Messi è meglio che fare sesso» — non ha dubbi: il ragazzo in Sudafrica sarà il leader assoluto della squadra, e ha aggiunto: “Sarei l’uomo più felice del mondo se Leo mi superasse”. Lionel per ora abbozza e proprio oggi ha dichiarato: “Potranno passare milioni di anni, ma Diego sarà sempre il più grande della storia del calcio”. Può essere. Ma, se Messi vorrà essere almeno il secondo in classifica, in Sudafrica non potrà fallire.

Dal blog “Palla in tribuna” di Alessandro Pasini.

(25 Marzo 2010) – Corriere della Sera

Saluti dalla tv

Non sono un papà separato quindi non so cosa si prova a vivere questa condizione anche se so per certo che sarebbe veramente difficile accettare e vivere serenamente sapendo di non poter fare il bagnetto a Edo tutte le sere, non poter litigare con lui, giocare, cenare, andare in giro in bici e tutto il resto naturalmente. Per questo sono rimasto colpito da un intervista di un portiere di calcio di una squadra di Serie A che esternava la sua gioia non per la partita vinta, ma bensì era felice di aver giocato bene perché questo gli permetteva di essere intervistato da Sky e in questo modo poteva lanciare un messaggio ai suoi bambini che non vede e sente da tempo.

«Sono contento di essere stato il migliore in campo così ho la possibilità di dedicare le mie parate ai miei due figli che non vedo da troppo tempo e non per colpa mia».

Magari tra un po’ si scoprirà che il portiere in questione ne ha combinate tante per “costringere” la ex-moglie a questo comportamento, ma in questo momento in quelle parole ci leggo solamente la voglia e il desiderio di un papà di poter sentire e vedere i suoi due bambini. Chiede tanto?

Nessun facile moralismo e nessuna intenzione da parte mia di aprire una disputa sul fatto che sia giusto o meno che i figli di coppie separate vengano sempre affidati (o quasi sempre) alle madri. Solo una constatazione di un dato di fatto e della solitudine di quei papà che devono vivere questa situazione.

Leggendo in giro una volta ho trovato questa testimonianza di un padre, la riporto così com’è:

«“Papà mio …”
Adoro questa frase e tutto ciò che essa rappresenta nella vita di un uomo …..
Nell’abbraccio stretto stretto di mio figlio, delle due bambine, spesso ho trovato
tutto ciò che ho chiesto a Dio … alla vita ma,
non posso più dimenticare però quel profondo dolore che ti spacca in due il cuore
….
quando per cambiare la mia vita si sono ritrovati cambiare anche la loro … e in
quell’abbraccio che non è stato l’ultimo, ma è come se lo fosse stato, le loro lacrime
scorrevano sul mio viso lasciando una traccia indelebile … per tutta la vita sentirò
quel freddo scorrere della disperazione ….
E nel silenzio più totale … fissavano quella valigia dietro la porta di casa …. e a un
certo punto: “Non sai più che dire … che fare …. È ancora presto per loro per
capire … sono piccoli … un giorno capiranno …”
… mille baci e … la stretta di quella manina … che non si stacca …..
Cercai di rassicurarli che nulla cambierà tra me e loro ma…. nel tuo cuore sai che
invece tante cose cambieranno …. dalla stanza accanto non sentirò più la loro voce
che mi chiamano perché hanno male al pancino ……
Ho aperto quella porta e quando si è chiusa alle mie spalle … fuori l’aria era
irrespirabile …. I passi era così pesanti da non sapere più dove andare ….
Senza i miei bambini …..
Mi giro e mi rigiro .. mi alzo…
Un caffè alle tre di mattina e … nel cuore della notte in silenzio piango forte ….
Un padre a part-time è desolante …. Ed ancora peggio quando quell’uomo
giudicante da dietro una scrivania ti impone tempi e modalità sul tuo ruolo di
padre….
Cerco di dimenticare quei momenti che come un ladro li spiavo da lontano per
riuscire ad intravedere un piccolo sorriso …….. per fortuna che oggi tutto è diverso

Oggi hanno i loro amori e amorini ….
Oggi forse hanno capito le mie scelte … già le mie scelte!
Mahatma Gandhi scrisse «Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. E’
bene che una volta ogni tanto si brucino le dita.», ma quando invece sono i genitori
a bruciarsi le dita?»

Sani principi

Ce la posso fare lo so, sto agendo con calma, senza fretta, senza prevaricazione e senza insistenza, scavo piano piano nel cuoricino di Edo come la goccia d’acqua la roccia dando il tempo di far sedimentare bene quei sani principi, … Read more »

Di passioni e pensieri

La domanda rivolta alla mamma è nata in modo semplice, quasi banale, superando una macchina che trasportava sul tettuccio un kart: “Se Edo cresce con la passione dei motori? Se vuole fare il pilota, magari di moto, come ci comporteremmo?”. … Read more »

Pillole vacanziere (parte III)

Edo ci ha provato a portare un po’ di fortuna all’Italia con il suo primo tatuaggio, ma nemmeno questo ha sortito effetto, ma lui ne era comunque orgoglioso! Related posts: Pillole vacanziere (parte I) Pillole vacanziere (parte II) Responso – … Read more »

Mi piace vincere facile

Questa sera la mamma si leva gentilmente dai maroni, ci lascia carta bianca in casa ed esce con le donne della compagnia. E secondo voi non organizzavano qualcosa dopo la pizzata degli uomini qui descritta? Tralasciando questo particolare, questa sera … Read more »

Giochino: cerca l’italiano

Sono un appassionato di calcio, sono tifoso milanista e ieri sera mi sono messo davanti alla tv per seguire il 2° tempo di Chelsea-Inter (il primo me lo sono perso per la nanna del topo). Da buon sportivo italiano ho fatto il tifo per i giocatori italiani, soltanto che tra i 22 in campo e i 2 allenatori, l’unico italiano era Carletto Ancelotti (un puro caso che sia stato un grande ex-milanista, solo un puro semplice caso, fidatevi!). Quindi alla fine mi è costato fare il tifo per il Chelsea. Soltanto che in questo periodo non ne va bene una… 🙂